1 Luglio 2026

AI Act: quando una norma diventa un'occasione per fare impresa meglio

AI Act & Impresa 1 Luglio 2026 Roberta Colnago
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Che ci sia un passaggio importante dell'AI Act in agosto lo sappiamo tutti, o almeno lo abbiamo letto un po' ovunque.

Quello che percepisco, parlando con persone che hanno ruoli rilevanti dentro aziende, studi professionali e organizzazioni, è che attorno al tema ci sia ancora molta confusione. Non tanto sul fatto che "arrivino delle regole", quanto su che cosa vada davvero fatto e cosa significhino per il lavoro quotidiano, per le persone, per i processi e per la competitività delle imprese.

Oggi, in particolare, vorrei concentrarmi sull'articolo 4 dell'AI Act, quello dedicato all'alfabetizzazione AI.

La Commissione europea dice una cosa precisa: provider e deployer di sistemi di intelligenza artificiale devono adottare misure per garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione AI al personale e alle persone che usano questi sistemi per loro conto, tenendo conto delle conoscenze tecniche, dell'esperienza, della formazione, del contesto in cui i sistemi vengono usati e delle persone su cui possono avere impatto.

Tradotto fuori dal linguaggio normativo: se l'AI entra nel lavoro, non può restare affidata solo all'iniziativa individuale, alla curiosità del singolo, al collega smanettone o alla buona volontà di chi ha iniziato a provarla per scrivere meglio una mail o riassumere un documento.

Questo, per me, è il passaggio interessante.

L'AI Act non sta dicendo semplicemente "fate un corso". Sta dicendo che l'uso dell'AI deve diventare una competenza presidiata.

E qui cambia tutto.

Perché un conto è organizzare un momento formativo per poter dire "fatto!". Un altro è chiedersi seriamente che cosa devono sapere le persone per usare l'AI bene, nel proprio ruolo, dentro i propri processi, con i propri dati, i propri rischi, i propri obiettivi e le proprie responsabilità.

La Commissione, nelle Q&A sull'AI literacy, chiarisce anche che non esiste un formato unico valido per tutti. Ed è giusto così, perché l'alfabetizzazione AI di chi lavora in marketing non può essere identica a quella di chi lavora in amministrazione, HR, commerciale, produzione, customer care o direzione.

La base culturale deve essere comune, certo. Il modo in cui quella competenza entra nel lavoro deve essere molto più concreto.

Adempimento o occasione?

Questo è il punto che, secondo me, molte aziende rischiano di perdere se leggono l'AI Act solo con la lente dell'adempimento.

Muoversi sulla logica della probabilità di essere sanzionati o no è comprensibile, ma riduttivo. Il tema più rilevante non dovrebbe essere "mi controlleranno domani mattina?", ma "sto lasciando che l'AI entri nei miei processi senza criterio, senza metodo, senza protezione e senza una vera idea di qualità?".

La differenza è enorme.

Nel primo caso faccio il minimo indispensabile per sentirmi a posto. Nel secondo uso questo passaggio normativo come occasione per fare uno step on.

E lo dico volutamente così, perché per molte realtà questa può essere davvero una possibilità concreta di salto di qualità.

Negli ultimi mesi, nei percorsi di formazione che ho seguito con aziende e professionisti, ho visto già molte persone arrivare all'AI con curiosità e uscirne con una consapevolezza diversa. Non solo "posso fare prima", ma "posso lavorare meglio se capisco dove inserirla, come guidarla, cosa controllare e dove resta necessaria la mia competenza".

Questo è il punto che mi interessa.

L'AI non diventa utile perché "dobbiamo usarla anche noi". Diventa utile quando entra nei punti giusti.

Quando aiuta a ordinare informazioni, preparare decisioni, migliorare processi, alleggerire attività ripetitive, aprire alternative, rendere più chiari i passaggi tra reparti, aumentare la qualità del lavoro e non soltanto la quantità di output.

Un segnale, non una coincidenza

Se poi uniamo i puntini con il fatto che Regione Lombardia ha aperto la terza edizione della misura Formazione Continua, con voucher aziendali a catalogo per sostenere l'aggiornamento delle competenze di lavoratori, imprenditori e liberi professionisti, il segnale diventa ancora più chiaro.

Da una parte una norma europea che chiede alle organizzazioni di non lasciare l'AI al caso. Dall'altra strumenti che, almeno in alcuni territori e con disponibilità da verificare, possono aiutare a finanziare percorsi di formazione.

Non lo leggerei come una coincidenza burocratica. Lo leggerei come un momento da cogliere.

Perché siamo in una fase in cui l'AI sta uscendo dalla dimensione dell'esperimento individuale e sta entrando nel tessuto reale delle aziende. Questo passaggio può essere subito come obbligo, archiviato come compitino o usato per costruire competenze diffuse, più metodo e più competitività.

Io spero nella terza strada.

Spero che questo nuovo obbligo aiuti più aziende a fare ordine, a formare le persone con maggiore intelligenza, a distinguere tra uso improvvisato e uso consapevole, a portare l'AI dentro i processi senza perdere controllo, qualità e identità.

Perché il punto, alla fine, non è dimostrare di aver fatto formazione AI. Il punto è capire se le persone sono davvero nelle condizioni di usare l'AI in modo utile, sicuro e coerente con il valore che l'organizzazione vuole portare sul mercato.

E questa, più che una questione normativa, mi sembra una questione di cultura d'impresa.

Nella tua azienda state ragionando sull'AI literacy come adempimento o come occasione per fare un passo avanti?

Fonti consultate: Commissione europea, AI Literacy Questions & Answers; Commissione europea, AI Act Service Desk, articolo 4; Commissione europea, AI Act timeline; Regione Lombardia, Formazione Continua terza edizione – Voucher aziendali a catalogo PR FSE+ 2021-2027; Bandi e Servizi Regione Lombardia.